Il diritto canonico nell’Alto Medioevo: i semi della rinascita

Alto Medioevo e monachesimo
Monastero di San Benedetto del Sacro Speco di Subiaco, XI secolo

 

Il nostro itinerario di scoperta del diritto canonico entra in una fase intrigante, capace di condizionare il suo sviluppo e la sua conformazione: l’età medievale. Per la verità, bisogna distinguere tra Alto Medioevo e Basso Medioevo, avendo come spartiacque convenzionale i secoli XI e XII.

In questo articolo, approfondiremo il primo periodo, durante il quale, tra crisi dei costumi, tentativi del potere temporale di asservire la Chiesa, chiari esempi di santità, si gettarono i semi perché l’architettura del diritto canonico entrasse nella sua “epoca classica”, quella del massimo sviluppo tecnico e dottrinale.

 

Una fonte nuova: i libri penitenziali

Ci siamo lasciati con un cenno alle compilazioni, che contenevano canoni conciliari e decretali papali, ma dobbiamo prendere in considerazione una terza fonte, che deriva dall’amministrazione del sacramento della Penitenza: si tratta dei libri penitenziali.

All’antica penitenza pubblica, che prevedeva l’allontanamento del reo di peccati gravissimi dalla comunione ecclesiastica e la solenne assoluzione da parte del vescovo, e che poteva essere celebrata una sola volta dopo il Battesimo, si sostituì, grazie all’azione dei monaci missionari irlandesi, la confessione auricolare, celebrata dal sacerdote e ripetibile nel corso della vita.

Il penitente accusa i propri peccati al sacerdote, che lo assolve e gli assegna il compimento di un’opera (digiuni, preghiere, pellegrinaggi, elemosine) in funzione satisfattoria.

A partire dal VI secolo si diffondono i libri penitenziali, nei quali ad ogni peccato (enumerato anche con riferimento alle circostanze) corrispondeva la penitenza da assegnare.

Non si tratta di un’innovazione di poco conto: se, da un lato, la possibilità per il penitente di confessarsi più volte, potendo anche “prevedere” la penitenza, provoca una decadenza nei costumi, dall’altro, si pongono le basi per il diritto penale canonico e per la concezione della pena come ristabilimento dell’ordine compromesso dal peccato.

 

Tra cultura romana e istituzioni germaniche

Mentre l’evangelizzazione europea procede, si assistette alla fusione tra la cultura giuridica romana e le consuetudini germaniche: ciò si percepisce sia nella liturgia che nelle istituzioni ecclesiastiche.

Consideriamo solo l’uso del pastorale da parte del vescovo o lo “schiaffetto” al cresimando o ancora il calcolo, detto appunto “germanico”, dei gradi di parentela per gli impedimenti matrimoniali (sistema che rimase in vigore fino al Codice del 1983).

Anche l’aspetto istituzionale venne radicalmente mutato: parallelamente al declino delle città e alla ruralizzazione, le circoscrizioni ecclesiastiche si adeguarono al  sistema feudale.

Si compiva definitivamente la distinzione tra diocesi e parrocchie e, nelle campagne, sorgevano le pievi.

Nelle pievi, sotto la guida dell’arciprete – soggetto al vescovo diocesano, ma a capo del clero locale – erano assicurate ai fedeli l’istruzione religiosa, la ricezione dei sacramenti e l’assistenza sociale.

Il sostentamento del clero era garantito dalle offerte dei fedeli e dalle rendite derivanti dal beneficio.

L’istituto del beneficio, che rimase in vita fino al Codice del 1983, è stato per secoli il cardine del sistema patrimoniale ecclesiastico: ad ogni ufficio ecclesiastico era stabilmente annessa una dotazione, prevalentemente immobiliare, che avrebbe remunerato il chierico.

Come strumenti di raccordo tra l’autorità episcopale e le gerarchie intermedie, sono da ricordare la visita pastorale e il sinodo diocesano.

 

Le ingerenze del potere temporale

Il rapporto della Chiesa con il potere politico nell’Alto Medioevo non fu indolore: come contraccambio dei donativi e dei privilegi (come il diritto d’asilo e l’immunità dalla giurisdizione civile), gli imperatori del Sacro Romano Impero e i signori feudali cercarono di inquadrare i chierici nell’organizzazione ammnistrativa, tanto da qualificarli come funzionari ecclesiastici.

La famosa lotta per le investiture, che si concluderà solo con il Concordato di Worms nel 1122, aveva come presupposto proprio il rapporto tra autorità spirituale e autorità politica nella nomina dei vescovi. Se, originariamente, il vescovo era eletto per acclamazione popolare (o, comunque, del clero diocesano), durante il Medioevo, la nomina del vescovo-conte divenne una prerogativa regia.

Non solo, il Papato attraversava un periodo molto oscuro, segnato da lotte intestine tra le famiglie romane e da continue deposizioni, abdicazioni, simonia e contestazioni sulla validità delle elezioni papali. Addirittura, attraverso il Privilegium Othonis del 962, vi furono pontefici direttamente nominati dall’imperatore (Clemente II, Damaso II, Leone IX).

 

Orizzonti di rinascita

L’Alto Medioevo fu un periodo buio? Probabilmente, eppure fu solcato da venti di riforma e di moralizzazione.

Pensiamo solo al monachesimo, che in San Benedetto da Norcia ebbe un padre fondatore, e alla centralità della cultura religiosa, capace di tramandare i testi (come gli scritti dei Padri della Chiesa) che sarebbero diventati il fondamento scientifico del diritto canonico poco tempo dopo.

Pensiamo ancora alla strutturazione delle ore canoniche e alla fissazione del canto gregoriano.

Se i “centri del potere” erano continuamente scossi, la Chiesa si arricchiva di nuovi ordini e il fermento di rinnovamento spirituale dal basso riuscì a penetrare anche nella gerarchia.

In particolare, la riforma di Bernone di Cluny (IX secolo) portò frutti di austerità e di rigore morale non solo nel monachesimo, ma in tutto l’ecumene europeo.

Saranno queste le basi per l’opera del Papa San Gregorio VII, uno tra i più energici propugnatori dell’indipendenza della Chiesa da ingerenze esterne e fedele custode della disciplina ecclesiastica in un periodo tanto turbolento, quanto fruttuoso.

 

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Bibliografia e sitografia

 

 

“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit!”

(S. Giovanni Paolo II)

 

 

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Andrea Micciché

Andrea Micciché

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