Carlo Borromeo: l’uomo della Carità nella grande morìa, il santo riformatore sempre attuale

Il 15 agosto 1565 “con quella maggiore instanza che ha potuto, ha chiesto licenza a Nostro Signore [ al Papa] di andare alla sua residenza a Milano, e l’ha, se ben con difficoltà, ottenuta per due mesi“[1].

Così ha inizio l’opera del giovanissimo Cardinale Borromeo nella Diocesi di Milano, che, nel XVI secolo si presentava molto più estesa e malamente organizzata di oggi. Erano circa ottant’anni che gli Arcivescovi non facevano residenza: sulla Cattedra di S. Ambrogio, quindi Parroci ignoranti e non pochi anche poco avvezzi all’educazione, dissoluti, si trovarono immediatamente a far di conto con la riforma della formazione del clero. Si legge che per ripulire e rendere abitabile la casa dell’Arcivescovo si dovettero portar via “cento carri di letame e rottami e ferrazze“.

Carlo Borromeo volle iniziare la residenza nella sua Diocesi con un esempio concreto di disinteresse “rinunciando a un annuo reddito di un milione e trecento cinquanta mila lire, proveniente da feudi, benefici e pensioni a lui concedute dal Papa. Ne convertì una parte a benefizio del pubblico, impiegandola in erigere utili e grandiosi edifici“[2]. Da queste prime e scarne notizie immediatamente si può comprendere come la figura del Borromeo avesse in sé, sin dagli albori del suo Ministero, il germe dell’innovazione riformatrice e la fulgida fiamma della carità.

Per comprendere bene la figura di un così austero e grande Arcivescovo, può essere utile delineare alcuni aspetti della sua figura. Il primo rimanda alla sua opera di Vescovo riformatore. San Carlo, attuando con sapienza e originalità i Decreti del Concilio di Trento, ha riformato quella Chiesa che lui profondamente amava; anzi, proprio perché la amava di un amore sincero, l’ha voluta rinnovare, contribuendo a ridonarle il suo volto più bello, quello della Sposa di Cristo, una sposa senza macchia e senza ruga. L’attuazione dei Decreti, infatti, da buon giurista esperto in Diritto canonico e civile, fu nel Borromeo concepita secondo questo assioma: per illustrare al meglio ciò che si indica di fare al popolo bisogna anzitutto incarnarlo! E dunque egli stesso nella sua vita cercava di farsi esempio vivente di quanto la Chiesa chiedeva nel Concilio tridentino.

Un secondo aspetto della santità di Carlo Borromeo: è stato uomo di preghiera, di preghiera convinta, intensa, prolungata, innervata e fiorente nella sua vita di pastore. Se san Carlo fu innamorato della Chiesa, lo fu perché prima ancora fu innamorato del Signore Gesù, presente e operante nella Chiesa, nella sua tradizione dottrinale e spirituale, presente nell’Eucaristia, nella Parola di Dio. Soprattutto fu innamorato di Cristo crocifisso, come ci documenta l’iconografia che non a caso ha voluto tramandarci l’immagine di questo santo in contemplazione e in adorazione della Passione e della Croce del Signore.

Infine Carlo Borromeo fu Santo perché ha saputo incarnare la figura del Pastore zelante e generoso, che per il gregge affidato alle sue cure è pronto a sacrificare tutta la propria vita: san Carlo fu davvero “onnipresente” nella diocesi di Milano attraverso le visite pastorali, fu attento in maniera profetica e incisiva ai problemi del suo tempo; soprattutto, come i grandi vescovi del Medioevo, fu autenticamente pater pauperum, padre dei più poveri e dei più deboli: basti pensare a quello che seppe realizzare anche dal punto di vista caritativo e assistenziale durante i momenti drammatici delle carestie e della peste del 1576. Unitamente a ciò San Carlo fu anche fondatore, data l’istituzione a Milano della Congregatio Oblatorum Sancti Ambrosii (oggi Congregatio Oblatorum Sanctorum Ambrosii et Caroli), concepita come un insieme di consacrati, ovvero religiosi presbiteri o laici, che fossero longa manus del Vescovo di Milano.

Passando in rassegna la santità del Borromeo ci si può domandare se ancora oggi Egli abbia qualcosa da dire alla Chiesa, se la sua santità sia una “santità attuale” o oramai desueta perché appartenente ad un mondo che non esiste più; ovvero chiedersi se il suo modello è ancora un modello attuale, da seguire. Al di là della semplicistica retorica che si ingenera parlando di personaggi grandiosi del passato, quella di San Carlo è una figura sempre attuale per alcuni tratti peculiari della sua santità che si estendono al di là dei confini del tempo, riuscendo a trascendere l’epoca storica; anzitutto San Carlo è un provocatore che mette in crisi molti aspetti del modo di essere e di pensare del terzo millennio, ma per comprendere la sua figura provocatoria bisogna riflettere sul concetto di inattualità/attualità.

“Inattuale” infatti si contrappone immediatamente ad “attuale”. Sono due termini però che solo apparentemente si contrappongono, perché l’uno può facilmente trapassare nell’altro. Così, se ad esempio per “attuale” si intende “secondo la moda del momento”, “secondo la mentalità del tempo presente”, “secondo l’opinione condivisa dai più”, è chiaro che san Carlo è “inattuale”. Lo abbiamo già detto e lo vogliamo sottolineare per una migliore comprensione dell’attualità-inattualità: i tempi del Borromeo non sono i nostri; il suo modo di leggere i problemi e di risolverli non è il nostro; né meccanicamente possiamo prendere talune sue soluzioni e applicarle al nostro mondo, “attuale” appunto. Viceversa, se per “inattuale” si intende ciò che si radica nei valori fondamentali della tradizione cristiana, se per “inattuale” si intende restare ancorati a quella roccia che è Gesù Cristo e che dà vera solidità all’intera costruzione della casa, se tutto ciò viene giudicato inattuale solo perché non si adegua a ciò che oggi è ritenuto “politicamente corretto”, dovremmo allora chiederci se l’inattualità di San Carlo non si trasformi in una singolare e urgente “attualità” di ripensamento, di rivalutazione dei nostri metri di giudizio, di riforma del nostro modo di vivere e di convivere.

In questo senso la profetica attualità borromaica ha ancora da dire almeno tre cose al mondo contemporaneo; in primo luogo l’esigenza di fedeltà al proprio stato di vita. Imprescindibile per un giurista come San Carlo, questo monito riguardò anzitutto sé stesso e poi tutti i presbiteri della sua Diocesi: la consapevolezza del ruolo o del Ministero che si è chiamati a svolgere offre una visione lucida e consapevole delle proprie azioni. Il secondo monito al mondo contemporaneo è la conversione. San Carlo allora come oggi indica una conversione radicale da un “Cristianesimo senza infamia e senza lode”, dalla religione dell’ignavia; il Borromeo invita costantemente a metterci in discussione, come lui stesso si metteva in discussione dinanzi a Dio e alla responsabilità del suo Ministero. Ultimo monito; ci richiama ad essere bravi coniugatori di azione e contemplazione, così come Egli stesso fu. La comunione con Dio, la preghiera, la contemplazione non ci strappano dalla storia ma in essa ci immergono in profondità, dandoci la forza di fare anche miracoli nel mondo e per il mondo. Invece il nostro è un tempo malato di attivismo, frenetico nel fare, impegnato a produrre beni e servizi se si vuole non sprecarlo.

E così il nostro tempo finisce per valutare la persona non per quello che è, ma per quello che fa e produce. Proprio su quest’ultimo monito si può trovare una congiunzione con la contemporaneità: San Carlo fu un Arcivescovo attivo e presente, abbiamo detto “onnipresente” in un tempo in cui Milano tribolava per la peste, ma seppe, anche nel dolore, ricavare del buono. A tal proposito vengono alla mente le parole dell’Arcivescovo Mario Delpini, in questo tempo di pandemia:

Tanto soffrire, tanto morire, tutto sarebbe sperperato se i milanesi tornassero alla vita di sempre, con la stoltezza di chi dimentica il dramma e il messaggio che la sapienza cristiana ne riceve“.

Oggi come allora, nelle tribolate vicissitudini del tempo e della storia un punto fermo, un Pastore zelante che coniuga contemplazione e azione, che si fa presente, ricordando ai fedeli quel “Memoriale ai Milanesi”[3] che si ripropone sempre attuale.

Per concludere, la figura di San Carlo, uomo di carità, Santo riformatore, si può sintetizzare in una immagine: il digiuno di San Carlo, opera del Crespi custodita nella Basilica di Santa Maria della Passione, a Milano. Il decoro di un Pastore, principe della Chiesa, nella porpora del suo abito cardinalizio, l’umiltà dell’uomo, la saggezza di chi sempre si fa edotto della Parola, l’austerità di chi non fa del proprio Ministero un insieme di parole vane, ma lo incarna testimoniandolo con la vita.

 

NOTE

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[1] LUIGI CRIVELLI, S. Carlo: l’uomo, il pastore, il santo, Roma 2010, pag. 68.

[2] DIONIGI TETTAMANZI, Dalla tua mano. San Carlo, un riformatore inattuale, Milano 2010, pag. 98.

[3] CARLO BORROMEO, Memoriale ai Milanesi, 3 ed., Milano 1965.

 

 

“Cum charitate animato et iustitia ordinato, ius vivit!”

(S. Giovanni Paolo II)

 

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Cristian Lanni

Cristian Lanni

Nato nel 1994 a Cassino, Terra S. Benedicti, consegue, nel 2013 la maturità classica. Iscrittosi nello stesso anno alla Pontificia Università Lateranense consegue la Licenza in Utroque Iure nel 2018 sostenendo gli esami De Universo Iure Romano e De Universo Iure Canonico. Nel 2020 presso la medesima università pontificia consegue il Dottorato in Utroque Iure (summa cum laude) con tesi dal titolo "Procedimenti amministrativi disciplinari e ius defensionis", con diritto di pubblicazione. Nel maggio 2021 ha conseguito il Diploma sui "Delicta reservata" presso la Pontificia Università urbaniana, con il Patrocinio della Congregazione per la Dottrina della Fede e nel novembre 2022 il Baccellierato in Scienze Religiose presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, presso cui è iscritto ai corsi per la Licenza. Dal luglio 2019 è iscritto con nomina arcivescovile all'Albo dei Difensori del Vincolo presso la Regione Ecclesiastica Abruzzese e Molisana, operante nel Tribunale dell'Arcidiocesi di Chieti, dal settembre dello stesso anno è docente presso l'Arcidiocesi di Milano. Nello stesso anno diviene Consulente giuridico presso Religiosi dell'Arcidiocesi di Milano. Dal giugno 2020 è iscritto con nomina arcivescovile all'Albo degli Avvocati canonisti della Regione Ecclesiastica Lombarda. Dal 2021 collabora con il Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Sardo e come Consulente presso vari Monasteri dell'Ordine Benedettino. Dal 13 novembre 2022 è Oblato Benedettino Secolare del Monasteri di San Benedetto in Milano.

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