Sacrosanctum Concilium, tra norme e liturgia nel I documento del Concilio Vaticano II

Concilio Vaticano II

Il Concilio e la riforma liturgica

Iniziamo con questo articolo un cammino – che ci guiderà per un po’ di tempo – indirizzato a meglio comprendere il primo documento del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Il 4 dicembre 1963 fu solennemente promulgata la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium. Dopo una «defaticante, interminabile serie di votazioni, la riforma liturgica giungeva felicemente alla conclusione»[1].

In occasione di questa approvazione, si pose anche il problema della formula con la quale il papa avrebbe accolto questa decisione conciliare, dando alla costituzione l’autorità giuridica valida su tutta la chiesa.

Paolo VI era fortemente convinto che l’antica formula usata da Pio IX al Vaticano I (Sacro approbante concilio) risultasse fuori luogo rispetto alla nuova nascente coscienza ecclesiologica.

Per questa ragione, adottò una nuova formula secondo cui, invocando la Santissima Trinità dichiarava che «le cose tutte e singole stabilite in questa costituzione sono piaciute ai padri del Concilio. E Noi, con la potestà apostolica conferitaci da Cristo, insieme con i venerabili padri, nello Spirito Santo le approviamo, decretiamo e stabiliamo, e ciò che è stato così conciliarmente stabilito ordiniamo che sia promulgato a gloria di Dio»[2].

Nel discorso di chiusura della seconda fase del Concilio (4 dicembre 1963), papa Paolo VI ci esorta a fare tesoro

«di questo frutto del nostro Concilio, come quello che deve animare e caratterizzare la vita della Chiesa; è infatti la chiesa una società religiosa, essa è una comunità orante, è un popolo fiorente di interiorità e di spiritualità promosse dalla fede e dalla grazia […]. Perché ciò sia, desideriamo che nessuno attenti alla regola della preghiera ufficiale della chiesa con riforme private o riti singolari, nessuno si arroghi di anticipare l’applicazione arbitraria della costituzione liturgica, che Noi oggi promulghiamo, prima che opportune e autorevoli istruzioni siano a tale proposito emanate, e che le riforme, alla cui preparazione dovranno attendere appositi organi postconciliari, siano debitamente approvate. Nobiltà della preghiera ecclesiastica è la sua corale armonia nel mondo: nessuno voglia disturbarla, nessuno offenderla»[3].

La struttura della Sacrosanctum Concilium

Il documento è costituito da un proemio e sette capitoli ed è considerata la magna charta del rinnovamento liturgico della Chiesa cattolica.

Con sapienza, il documento mette in luce il primato di Dio, la sua assoluta priorità, la centralità del mistero di Cristo celebrato e vissuto.

Prima di tutto Dio! Proprio in questa convinzione trova spazio la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Infatti, dove lo sguardo su Dio non è determinante, per l’uomo di ogni tempo, ogni altra cosa perde di significato.

La Chiesa, Corpo di Cristo e popolo pellegrinante, ha come compito fondamentale quello di glorificare Dio, come esprime il secondo importantissimo documento conciliare: la Costituzione dogmatica Lumen Gentium.

Queste norme «rivelano le imperscrutabili ricchezze dei Misteri di Dio»[4], sicché la lettura di questo documento deve sempre essere intrapresa nell’ottica di salvaguardare entrambe le nature della costituzione: sia liturgica che giuridica. 

Nella struttura di questo documento conciliare nulla è lasciato al caso, ma tutto è deciso secondo un sapiente disegno che sceglie di porre a fondamento ciò che tiene in piedi l’intero impianto della Costituzione. Dunque, nella struttura stessa della Sacrosanctum Concilium possiamo ravvisare ciò che è primario da ciò che è secondario, ciò che è essenziale e irrinunciabile da ciò che non lo è, ciò che è immutabile, da ciò che può e deve cambiare.

Il Proemio

7 marzo 1965: Prima Messa in italiano presieduta da San Paolo VI nella parrocchia di Ognissanti sull’Appia Nuova a Roma

Nel proemio sono palesati in modo chiaro e conciso gli obiettivi ultimi del documento ovvero la crescita della vita cristiana dei credenti. Dunque ogni riforma non ha come obiettivo il semplice cambiamento, ogni cambiamento non è fine a se stesso, ma piuttosto orientato ad una più profonda conoscenza di Dio. La riforma liturgica non ha come fine una nuova espressione dell’uomo, ma una nuova conoscenza di Dio. Perché l’Amore, solo quando meglio conosce, meglio si esprime.

Ecco allora che scopo primo della riforma liturgica non è quello di cambiare i riti e i testi, ma quello di rinnovare la mentalità ponendo al centro della vita cristiana e della pastorale il Mistero Pasquale.

A tal proposito scrive la Madre Oliva Bonaldo del Corpo mistico, fondatrice delle Figlie della Chiesa:

«Non dunque di farla nascere col Battesimo, o di farla rinascere con la Penitenza, ma di aiutare la sua crescita, di aumentare la sua capacità di sviluppo, fra chi vive di fede. Perché la vita cristiana è fede, fede fiduciosa, fede amorosa. L’Avvento l’aspetta; l’Immacolata ne è l’annuncio; a Natale nasce in Gesù; nell’Epifania si espande su tutta la terra. Anche in noi è così. Noi aspettiamo sempre più vita; la speriamo pensando a Maria; l’abbiamo in cuore ricevendo Gesù; non sospiriamo che di manifestarla a tutti»[5].

Ancora un ulteriore riflessione che ci aiuti a comprendere meglio il fine di questo documento ci viene dal papa Benedetto XVI,  che, il 14 febbraio 2013  incontrando il clero romano all’inizio della Quaresima in Aula Paolo VI così si espresse:

«Il Mistero pasquale come centro dell’essere cristiano, e quindi della vita cristiana, dell’anno, del tempo cristiano, espresso nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Risurrezione. Sempre di nuovo cominciamo il nostro tempo con la Risurrezione, con l’incontro con il Risorto, e dall’incontro con il Risorto andiamo al mondo. In questo senso, è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio; interiormente dobbiamo tenere presente questo: che è l’inizio, l’inizio della Creazione, è l’inizio della ricreazione nella Chiesa, incontro con il Creatore e con Cristo Risorto. Anche questo duplice contenuto della domenica è importante: è il primo giorno, cioè festa della Creazione, noi stiamo sul fondamento della Creazione, crediamo nel Dio Creatore; e incontro con il Risorto, che rinnova la Creazione; il suo vero scopo è creare un mondo che è risposta all’amore di Dio»[6].

Prosegue il documento al secondo articolo, annunciando che «la Liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino Sacrificio dell’Eucaristia, “si attua l’opera della nostra Redenzione”, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa»[7].

La Liturgia è preghiera e attività in cui si impetra e si ricevono piogge di grazie e benedizioni; è supplica di riparazione e riparazione stessa; ringraziamento e provvidenza continua. Ma «specialmente» è Redenzione perché Gesù continua a redimerci rinnovando il Suo Sacrificio e noi continuiamo ad essere redenti dal suo dolore.

Il Capitolo I

Al numero 10 i padri conciliari affermano che «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia»[8]. Culmine e fonte: queste due parole sono sufficienti a modificare tutta l’ars celebrandi e a far diventare la liturgia una grande educatrice per tutti i credenti e illuminarli nel primato della fede e della grazia. È dalla liturgia che dipende la qualità di ogni vita spirituale; così ha affermato Paolo VI parlando appunto della riforma liturgica:

«Il bene del popolo esige questa premura da parte della chiesa, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. E’ un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave e bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti. E questo perché sappiate meglio unirvi alla preghiera della Chiesa, perché sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli partecipanti attivi. Se saprete davvero corrispondere a questa premura della Chiesa, avrete la grande gioia, il merito, la fortuna di un vero rinnovamento spirituale»[9].

La Chiesa si edifica in corpo di Cristo proprio nell’atto del celebrare. La stessa celebrazione è il momento costitutivo e costruttivo della Chiesa: da questo scaturisce che la preghiera, il rito, il sacramento, non sono solo il momento in cui si educa la comunità cristiana, ma il luogo in cui essa si costruisce, così come la nostra vita interiore.

Altro aspetto interessante riguarda l’anima di ogni autentica riforma: 

«Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale. Inoltre devono essere prese in considerazione sia le leggi generali della struttura e dello spirito della liturgia, sia l’esperienza derivante dalle più recenti riforme liturgiche e dagli indulti qua e là concessi»[10].

Le linee di sviluppo

Un corretto e costante rapporto tra “sana tradizione” e “legittimo progresso”, questo è il programma che ci consegnano i padri conciliari, un programma orientato al passato, ma proiettato al futuro. 

Facciamo spesso esperienza che tradizione e progresso si contrappongono come se l’una si riferisse solo al passato (possibilmente da dimenticare perché vecchio), e l’altra fosse la vera anima del futuro.

In questo modo si crea fra le due realtà una dicotomia che non aiuta a comprendere la verità che si cela dietro ogni autentica riforma.

Al contrario, le due realtà si integrano e non possono stare l’una senza l’altra perché ogni sana tradizione porta con sé il progresso come un fiume che scorre porta con sé la sorgente da cui è nato. La parola stessa “tradizione” viene dal latino “tradere”, cioè consegnare.

Ogni consegna si fonda su un passato, ma ha bisogno del futuro ed è così che la tradizione diviene quell’energia dinamica capace di trasformare la vita.

Dunque, la liturgia voluta dal Concilio è una realtà viva perché accoglie nel tempo e nello spazio della Chiesa, popolo radunato, il Cristo sempre vivente e sempre veniente.

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Fonti

[1] E. Lora – B. Testacci, Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzioni, decreti, dichiarazioni discorsi e messaggi, EDB, 1992, p.33.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, n. 244.

[3] PP. Paolo VI, Tempus iam advenit, nn. 214-215.

[4] Maria Oliva Bonaldo, Commento spirituale alla Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II, 28 Novembre 1964, Introduzione.

[5] Maria Oliva Bonaldo, Commento spirituale alla Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II, 1964.

[6] PP. Benedetto XVI, Incontro con i parroci e il clero di Roma, 14 febbraio 2013.

[7] Concilio Ecumenico Vaticano II, n. 2.

[8] Concilio Ecumenico Vaticano II, n. 10.

[9] PP. Paolo VI, Angelus del 7 marzo 1965.

[10] Concilio Ecumenico Vaticano II, n. 23.

 

“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit”

(San Giovanni Paolo II)

 

 

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Gianluca Pitzolu

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