La Didachè: casa comune della Liturgia e del Diritto

Alcuni frammenti della Didaché

 

Il principio della storia che lega la Liturgia con il Diritto lo troviamo impresso nelle scorrevoli pagine della Didachè, considerata come la più antica Costituzione[1] della Chiesa in cui sono raccolte le prime informazioni liturgiche delle comunità cristiane dei primi secoli. L’opera presenta tratti di grande antichità e si è giunti a datarla verso la fine del I secolo, facendone un testo addirittura più antico degli stessi Vangeli sinottici. La Santa Madre Chiesa, per questa ragione, lo inserisce nella letteratura sub apostolica[2]. La Didachè può essere considerata un primo abbozzo del libro IV del Codex Iuris Canonici giacché contiene una serie di istruzioni liturgiche e alcune norme da rispettarsi dentro le prime comunità, molte delle quali oggi sono entrate nella consuetudine delle comunità credenti.

 
Didachè o Dottrina dei dodici apostoli

Didachè è la prima parola del lungo titolo greco che appariva nel testo pubblicato da Bryennios, metropolita di Nicomedia, nel 1873, cioè: Dottrina dei dodici Apostoli. Il testo si pensa sia stato scritto o in Palestina o in Siria:

«come questo frammento di pane era prima sparso qua e là su per i monti e, raccolto, divenne una cosa sola…»[3]

infatti, tra i paesi del vicino Oriente di antica cristianità solo la Palestina e la Siria vedono nascere il frumento sugli altipiani.

Questo testo era tenuto in grande considerazione dalle prime generazioni cristiane e per questa ragione lo troviamo più volte citato da Clemente Alessandrino (145-216 d.C.), da Origene (185-255 d.C.), da Eusebio di Cesarea (265-340 d.C.) e da Atanasio di Alessandria che ne consiglierà la lettura come particolarmente utile per l’istruzione dei catecumeni (295-373 d.C.); infine, nel IV secolo essa viene incorporata nelle Constitutiones Apostolorum[4].
Forse, per via della sua incorporazione in opere così importanti e di così alto valore, la Didachè finì col perdere la sua grande notorietà, arrivando sino al XII secolo in cui se ne perdono completamente le tracce.

Dovremo aspettare il 1873 quando, in un codice greco di Costantinopoli, risalente all’anno 1056, all’interno della Biblioteca del monastero Santo Sepolcro, sotto la giurisdizione del patriarcato di Gerusalemme, ne venne riscoperta per caso una copia, grazie al lavoro del Metropolita Filoteo Bryennios.
Per quanto riguarda l’autore della Didachè, il suo nome e la sua nazionalità ci sono sconosciuti, ma, quasi con certezza, si tratta di un cristiano convertitosi dal giudaismo.

 
I temi principali della Didachè

Il contenuto trattato nella Didachè ruota attorno a due grandi temi principali: la Chiesa (intesa come l’insieme di fedeli sparsi per il mondo e che un giorno saranno tutti riuniti nel regno di Dio) [5] e i sacramenti. Per tali ragioni potremmo considerare la Didachè come il primo e il più antico Messale, in cui si legge, seppur accennato, il Sacrificio Eucaristico che veniva celebrato dalla neo nata Chiesa. Dei sacramenti vengono menzionati il Battesimo, l’Eucaristia e la Penitenza. Circa il Battesimo, nella Didachè leggiamo:


«Venendo poi al battesimo, battezzate cosi: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, in acqua corrente. Se non hai acqua corrente, battezza con altra acqua; se non puoi farlo con acqua fredda, fallo con acqua calda. Se l’acqua non è abbondante, versala sul capo tre volte nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19). Prima del battesimo, digiunino il battezzante e il battezzato e tutti gli altri che potranno farlo; ma in ogni modo dal battezzato esigerai il digiuno di almeno uno o due giorni»[6].


Possiamo notare come già per le prime comunità cristiane la formula trinitaria (forma) e l’acqua (materia) siano indispensabili per la validità del sacramento battesimale, recepito sia dal Titulus I – De baptismo (can. 737, §1) del Codice pio-benedettino del 1917 in cui leggiamo che il

«Baptismus, Sacramentorum ianua ac fundamentum, omnibus in re vel saltem in voto necessarius ad salutem, valide non confertur, nisi per ablutionem aquae verae et naturalis cum praescripta verborum forma»[7] (sottolineature nostre)

successivamente ribadito anche nell’edizione del Codex Iuris Canonici del 1983 nel can. 849[8].

Sull’Eucaristia, invece, la Didachè dedica i capitoli IX e X dove si parla del “ringraziamento” che per i primi cristiani prese il significato preciso di Celebrazione Eucaristica. Le prime comunità si riunivano, come noi, alla domenica per spezzare il pane (fractio panis) e per rendere grazie (Eucharistia)[9]. All’Eucaristia potevano partecipare solo i battezzati, i quali erano tenuti a recitare delle particolari preghiere prima e dopo la comunione.


«Riguardo poi all’Eucaristia farete il ringraziamento in questo modo. Anzitutto sopra il calice: Ti ringraziamo o Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen. Poi sopra il pane spezzato: Ti ringraziamo o Padre nostro, per la vita e per la conoscenza che ci hai fatto svelare da Gesù Cristo tuo servo. A te sia gloria nei secoli. Amen. Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto è diventato una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno: perché tua è la gloria e la potenza per mezzo di Gesù Cristo nei secoli. Amen. Nessuno mangi o beva della vostra eucaristia, se non i soli battezzati nel nome del Signore, poiché egli ha detto: “Non date le cose sacre ai cani” (Mt 7,6)»[10].

 

La penitenza è ricordata due volte:

  • «nell’adunanza confesserai i tuoi peccati e non incomincerai mai la tua preghiera in cattiva coscienza. Questa è la via della vita»[11],

 

  • «nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro»[12].


Nonostante siano passati diversi secoli, ancora oggi nella celebrazione della Eucaristia è rimasto, questo atto in cui facciamo pubblica confessione e a cui segue l’assoluzione dei peccati da parte del sacerdote: l’atto penitenziale. Questo è il primo gesto che la Chiesa ci invita a compiere all’inizio della celebrazione, subito dopo il saluto del sacerdote, è un gesto di affidamento dei presenti alla misericordia del Padre. Riconoscenti a Dio per essere stati invitati a celebrare i santi misteri dell’amore di Cristo riconosciamo, all’inizio della celebrazione di non esserne pienamente all’altezza. Sentiamo così l’esigenza sincera di presentare a Dio la nostra propria vita con le sue debolezze e fragilità, con le sue colpe in parole, opere e omissioni, e di invocare su di noi il suo perdono.


Inoltre, vediamo chiaro come, a meno di cinquant’anni dalla fondazione da parte di Cristo della sua Chiesa, si era già costituito un cerimoniale che, nonostante alcune evoluzioni storiche, è ancora quello di allora.


Oltre a questo aspetto sacramentale, nel primo capitolo della Didachè è dato un posto di rilievo soprattutto all’elezione che l’uomo deve fare tra due vie: quella che conduce al peccato ed alla morte e quella che conduce alla vita:

«Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie»[13].


Abbiamo già detto, all’inizio di questo nostro discorso, che la Didachè può essere definita un vero e proprio abbozzo al libro IV del Codex Iuris Canonici e che, per via dalla grande considerazione con cui era tenuta fu inserita nelle Costituzioni Apostoliche. Nel libro “torah and troublesome Apostles in the Didache community” di J. A. Draper viene presentata una tesi secondo cui la Didachè è la regola comunitaria della comunità di Matteo, regola in costante processo evolutivo. Questo ci porta a supporre che la Didachè sia la più antica raccolta di regole giunta a noi della primordiale comunità cristiana.


Nei primi tre capitoli ci viene presentato un compendio delle norme che Dio Padre ci ha comunicato per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo e attraverso Mosè, entrambi chiamati a portare avanti il progetto della Salvezza voluto da Dio Padre per il suo popolo eletto.


Nel primo capitolo leggiamo molte di quelle norme che Gesù nella sua vita ha insegnato e ci ha lasciato in eredità grazie al lavoro di scrittura operato dagli Evangelisti:


«Vi sono due vie, una della vita, e l’altra della morte; vi è una grande differenza fra di esse (Ger 21,8) La via della vita è questa: in primo luogo ama Dio che ti ha creato, in secondo luogo ama il prossimo tuo come te stesso (Dt 6,5; Lv 19,18; Mt 22,37-39). Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te (Tb 4,15). L’insegnamento che deriva da questo comandamento è il seguente: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici, e digiunate per i vostri persecutori. Che merito avete infatti se amate quelli che vi amano? Non fanno lo stesso anche i pagani? Ma voi amate quelli che vi odiano (Mt 5,44-46; Lc 6,27-28: 32: 35) e non abbiate nemici. Tieniti lontano dalle brame carnali. Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, offrigli anche l’altra (Mt 5,40-41; Lc 6,29) e sarai perfetto. Se qualcuno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, accompagnalo per due. Se qualcuno ti prende il mantello, dagli anche la tunica (Mt 5,40-41; Lc 6,29). Se qualcuno ti toglie ciò che è tuo, non reclamarlo, perché non puoi farlo. Dà a chi ti chiede, e non esigere la restituzione (Mt 5,42; Lc 6,30), perché il Padre vuole che i suoi beni vengano dati a tutti. Beato chi dona, come ci comanda la nostra legge, perché le sue colpe non verranno punite. Ma guai a chi riceve! In verità, se riceve spinto dal bisogno, non verrà punito, ma se riceve senza averne bisogno, dovrà rendere conto del perché e dello scopo per cui ha preso. Verrà arrestato, il suo agire verrà giudicato, e non uscirà di carcere finché non avrà pagato l’ultimo centesimo (Mt 5,26). A questo proposito è stato detto: la tua elemosina si bagni di sudore nella tua mano; finché tu non abbia ponderato bene a chi dare (? Sir 12,1)»[14].


Nel secondo capitolo ritroviamo i comandamenti della tavola della legge dati a Mosè:


«…Non uccidere, non commettere adulterio, non abbandonarti alla pederastia, non commettere fornicazione, non rubare, non darti alla magia o agli incantesimi, non uccidere il bimbo con l’aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita.
Non desiderare i beni del tuo prossimo.
Non commettere spergiuro o falsa testimonianza (Es 20), non calunniare, non serbare rancore.
Non essere doppio di mente o di lingua, perché la doppiezza è un laccio mortale.
Non sia falso il tuo parlare, e non sia vuoto, ma arricchito dalle buone opere.
Non essere avaro, predace, falso, maligno o superbo, non tramare cattivi disegni contro il tuo prossimo.
Non odiare nessuno: qualcuno dovrai correggerlo, qualcuno compatirlo, e qualche altro dovrai amarlo più della tua stessa vita»[15].


Il terzo capitolo raggruppa un’altra serie di norme sempre introdotte da alcune parole di amorevole paternità “Figlio mio”:


«Figlio mio, fuggi ogni male, anzi, fuggi tutto ciò che ha parvenza di male. Non essere iracondo, perché l’ira porta alla morte. Non essere invidioso, litigioso o violento, perché questi mali sono alla radice di ogni omicidio.
Figlio mio, non desiderare le donne, perché questo desiderio porta alla fornicazione; né essere spinto nel parlare o procace nello sguardo, perché da ciò deriva l’adulterio.
Figlio mio, non darti alla divinazione, perché essa conduce all’idolatria. Non darti agli incantesimi, all’astrologia, alla superstizione; evita di udire e vedere tali cose, perché da esse nasce l’idolatria.
Figlio mio, non essere menzognero, perché la menzogna conduce al furto; e neppure bramoso di denaro o di gloria, perché ne deriva il latrocinio.
Figlio mio, non essere pettegolo, perché il pettegolezzo conduce alla diffamazione. Non essere arrogante o malevolo, perché da ciò deriva la calunnia. Sii invece mansueto, perché i mansueti erediteranno la terra (Sal 36,11; Mt 5,5).
Sii paziente, misericordioso, sincero, tranquillo e buono.
Metti in pratica con sommo rispetto l’istruzione che ricevi. Non esaltare te stesso e trattieni il tuo spirito dall’alterigia. Non unirti con i superbi, ma conversa con i giusti e gli umili.
Accetta come bene tutto ciò che ti accade, sapendo che senza il volere di Dio nulla avviene»[16].

 
Per concludere 

Per chiudere il cerchio del nostro discorso mi sembra bello poter dire che l’autore della Didachè ci propone un modo eccezionale per comprendere il legame intrinseco che intercorre tra la liturgia e il diritto che ci vengono presentate come due facce di una stessa medaglia, due strumenti distinti ma aventi la medesima origine e, al contempo aventi anche lo stesso fine riservato a ogni uomo: conoscere, amare, rispettare Dio e seguire le sue Leggi. Per questo, l’autore della Didachè ha ben pensato di scrivere un testo così bello e importante che, nonostante i secoli, abbiamo la fortuna di poter sfogliare tra le nostre mani nella sua interezza.
Amiamo Dio, amiamo i fratelli e non facciamo agli altri quello che non vogliamo venga fatto a noi: «Ora questa è la via della vita»[17].

 

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FONTI

[1] La Didachè per il suo carattere giuridico-pastorale è stata inserita successivamente nel corpus delle prime Costituzioni Apostoliche.

[2] La letteratura sub apostolica raccoglie il corpus dei testi di autori cristiani del II secolo d.C. 

[3] Did. IX,4.

[4] Le Costituzioni Apostoliche, datate tra il 375 ed il 380, sono una grande opera di argomento canonico-liturgico. Sono concepite come un manuale di orientamento per il clero e per il laici, che sarebbe stato dettato direttamente dai Dodici Apostoli. Si ritiene che provenga dalla Siria e nel testo si colgono alcune tracce di arianesimo. Negli ultimi anni gli studiosi hanno confermato che l’autore sia Giuliano di Cilicia, Vescovo eunomiano del IV secolo, autore, per altro delle lettere pseudoepigrafe di Ignazio.

[5] Did. IX, X.

[6] Ibid. VII, 1-2-3-4.

[7] Can 737. §1, De baptismo.

[8]Codex Iuris Canonici, Can. 849, «Il battesimo, porta dei sacramenti, necessario di fatto o almeno nel desiderio per la salvezza, mediante il quale gli uomini vengono liberati dai peccati, sono rigenerati come figli di Dio e, configurati a Cristo con un carattere indelebile, vengono incorporati alla Chiesa, è validamente conferito soltanto mediante il lavacro di acqua vera e con la forma verbale stabilita» (sottolineature nostre).

[9] Per approfondire il tema dell’Eucaristia cfr i seguenti canoni: Can. 897 – 958

[10] Did. IX, 1-2-3-4-5.

[11] Ibid. IV,14.

[12] Ibid. XIV,1.

[13] Ibid. I,1.

[14] Ibid. I,1-2-3-4-5-6.

[15] Ibid. II,1-2-3-4-5-6-7.

[16] Ibid. III,1-2-3-4-5-6-7-8-9-10.

[17] Cfr. I,2.

 

 

“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit!”

(S. Giovanni Paolo II)

 

 

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Gianluca Pitzolu

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