Intervista all’Avvocato Rotale Alessia Gullo

L’Avvocato Alessia Gullo

 

Vox Canonica intervista l’Avvocato Rotale Alessia Gullo, figlia del noto giurista e canonista Carlo, la cui fama è indiscussa negli ambienti dell’Urbe.

 

L’Avvocato Gullo, classe 1970, sposata con due figli, ha negli anni raggiunto traguardi professionali di altissimo livello, ne ricordiamo alcuni:

  • Laureata in  Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi in Diritto Canonico dal titolo “La tutela giurisdizionale amministrativa nei confronti dei decreti delle autorità ecclesiastiche
  • Laureata in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Salesiana, presso la quale ha ottenuto anche il Dottorato nel 2000 con una tesi in diritto amministrativo canonico dal titolo “Il giudizio contenzioso-amministrativo nella normativa della Sectio Altera del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica”
  • Procuratore Rotale
  • Avvocato Rotale
  • Avvocato presso lo Stato Città del Vaticano
  • Avvocato della Curia Romana
  • Avvocato abilitato al patrocinio presso la Commissione Disciplinare
  • Avvocato abilitato al patrocinio presso l’ULSA (Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica)
  • Consulente stabile di numerose diocesi, istituti religiosi, associazioni canonicamente riconosciute, fondazioni ecclesiastiche. 
  • Membro dell’Associazione Canonistica Italiana
  • Sodale del Venerabile Arcisodalizio della Curia Romana
  • Presidente del Coetus Advocatorum, associazione degli avvocati ecclesiastici del Lazio
  • Cofondatore del progetto Auribus, centro giuridico-canonico per i casi di abuso e violenza
  • Cofondatore del progetto Giuristi per la Pastorale

Vanta diverse pubblicazioni e contributi con varie riviste di diritto canonico ed ecclesiale, autrice di due monografie dal titolo:

Il giudizio contenzioso-amministrativo nella normativa della Sectio Altera del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, 2001;

– Prassi processuale nelle cause canoniche di nullità del matrimonio (insieme all’avv. Carlo Gullo), giunta alla IV edizione nel 2014.

 

Avvocato Gullo, la Sua fama la precede, il suo cognome rappresenta uno degli studi più importanti della capitale. Ci racconti come nasce la sua vocazione verso il Diritto Canonico!

Sicuramente in ambito familiare. Mio padre non era solo un avvocato e un professore, era un autentico cultore del  diritto canonico e questa passione l’ha trasmessa in famiglia, anche se ciascuno di noi figli l’ha poi declinata in modo diverso. Con il tempo ne ho anche apprezzato la duttilità, la profondità, l’evoluzione. Posso dire che il diritto canonico, nelle sue varie sfaccettature, ha rappresentato la sintesi perfetta dei miei interessi: la Fede, la storia e soprattutto le persone.

 

Durante la sua formazione, si è mai sentita discriminata in un mondo che, per “vocazione”, è prettamente maschile ?

No, sinceramente non parlerei di discriminazione. Qualche volta posso aver riscontrato una certa sorpresa negli interlocutori, altre volte ho notato quantomeno una iniziale condiscendenza, in altri casi ancora c’è stata una prima diffidenza, ma non c’è mai stata alcuna vera discriminazione. Ritengo di aver fatto ciò che volevo e di cui ero competente, senza che nessuno mi abbia mai ingiustamente limitato in quanto donna o senza che io mi sia sentita in dovere di “mortificare” la mia femminilità.

Sono avvocato stabile di vari Istituti religiosi maschili, diocesi … senza aver mai avuto problemi per il mio essere donna. In ogni caso oggi ci sono molte “avvocatesse”; più rara purtroppo è la presenza femminile nei Tribunali Apostolici e nei Dicasteri della Curia Romana. Dico purtroppo perché è importante non solo “dare voce” all’altra metà del cielo, ma anche avere punti di vista differenti. Le donne, ad esempio, sono generalmente molto più adatte nei processi di mediazione e conciliazione. Strumenti extragiudiziali imprescindibili nel diritto canonico e che, anzi, andrebbero meglio e maggiormente utilizzati. Così come solitamente sono bravissime nelle istruttorie.

 

Si è mai trovata a dover scegliere tra carriera e  famiglia?

Mai. Mi reputo veramente fortunata. Sono consapevole, però, di dover ringraziare quanti mi sono vicini: mio marito, i miei genitori, i miei fratelli. Senza il loro aiuto proseguire la mia attività lavorativa e crescere due figli sarebbe stato sicuramente più difficile. Ma questo è un problema comune alle donne italiane, non esclusivo di quante lavorano in ambito ecclesiastico.

Solo una volta c’è stato il dubbio che il mio essere donna sposata potesse influire negativamente sulla mia carriera. Quando sono stata nominata avvocato della Curia Romana. In quell’occasione, infatti, mi fu detto esplicitamente che erano emersi dubbi dovuti al fatto che fossi ancora giovane, “a rischio” quindi di divorzio. Ma i dubbi – a quanto pare – furono velocemente fugati o comunque superati da considerazioni ben più pertinenti.

 

Com’è stato il passaggio di consegne con Suo padre?

Mio padre è stato un grande esempio: al rigore professionale ha sempre affiancato la disponibilità umana. Ancora oggi a Natale giungono decine e decine di messaggi da tutto il mondo di ex clienti, vecchi studenti, persone con cui è stato in contatto. Tutti ne ricordano l’altissima levatura morale e le capacità.

Il “passaggio del testimone” quindi non ha una data precisa, ma si è sviluppato piano piano, nel corso di decenni, nel rispetto dell’autonomia di ciascuno e contestualmente del confronto quotidiano.

 

Ci parli del progetto Auribus di cui è cofondatrice!

Auribus nasce dall’unione di due progetti, che hanno avuto una lunghissima – pluriennale – gestazione. Da una parte, infatti, l’avv. Ricci Barbini aveva coinvolto il prof. Iaccarino, il prof. Riondino e soprattutto il prof. Arroba Conde in un’idea volta all’assistenza delle vittime di abusi sessuali. Dall’altra io, l’avv. Musso e sr. Deodato avevamo cominciato a lavorare a un progetto che avesse come tema “l’abuso” delle donne nella Chiesa. Una sorta di “telefono rosa” rivolto alle religiose. Decidemmo quindi “di unire le forze” e rendemmo partecipi anche l’avv. Suppa e p. Valderrabano.

Ne è nato un programma articolato che vede impegnati l’Istituto Claretiano e il Canon Law Centre di Sidney, oltre ovviamente a noi, che portiamo le nostre specificità di canonisti, penalisti, psicologi, esperti di pastorale ecc.

Dire quindi che l’origine di Auribus sia da ricercarsi nello scandalo della pedofilia nella Chiesa mi sembra riduttivo; il nostro intento è stato infatti sin dall’inizio più ampio e si è concretizzato “in un centro giuridico-canonico per i casi di abuso e violenza”. Già questo dimostra come il nostro raggio di azione sia maggiore, riguardando ogni genere di abuso e violenza possa essere perpetrato all’interno della Chiesa o da un membro di una struttura ecclesiale o in cui sia vittima un soggetto appartenente ad un ente ecclesiastico. Non quindi soltanto i delitti di pedofilia, tecnicamente intesi, ma anche le violenze sessuali commesse a danno di soggetti fragili o comunque “dipendenti”  e soprattutto i casi, purtroppo non infrequenti, dove c’è un abuso di potere, di coscienza o psicologico.

Il progetto ruota intorno a tre principi cardini: ascolto, formazione e consulenza. Ascolto e accompagnamento della vittima così come del presunto colpevole sia dal punto psicologico che pastorale; formazione di personale preparato ad affrontare temi così delicati; consulenza civile e canonistica, che affianchi, accompagni e tuteli  le parti.

Il fine è quello del pieno recupero di tutte le persone coinvolte. Non quindi solo un’imprescindibile restaurazione della Giustizia e della Verità, ma una vera guarigione di una ferita privata e pubblica.

 

Quali consigli si sentirebbe di dare ai ragazzi che si avvicinano al nostro mondo?

Sostanzialmente due: siate forti nella Fede e preparati a nuove sfide.

Mi spiego meglio, un canonista spesso si trova ad affrontare il peggio di ciò che vive o accade all’interno della Chiesa. È importante quindi che abbia le risorse, professionali, psicologiche, ma soprattutto spirituali, per affrontarlo.

Per quanto riguarda le nuove sfide è invece necessario comprendere che siamo in un momento di transizione. Negli ultimi secoli abbiamo assistito alla cosiddetta “matrimonializzazione” del diritto canonico ovvero ad un’attenzione, legislativa, giurisprudenziale e dottrinale, incentrata quasi esclusivamente su temi inerenti la nullità del matrimonio e il processo matrimoniale canonico. Ma oggi questo, per molteplici motivi, è un argomento se non esaurito, quantomeno “stanco”. Viceversa ci sono altri settori, che richiedono urgentemente l’interessamento dei canonisti. Penso, ad esempio, al diritto penale, alla gestione amministrativa degli enti ecclesiastici, alle associazioni e fondazioni, al patrimonio religioso. Qui la presenza del laicato fa più fatica ad affermarsi, ma è – a mio parere – il futuro prossimo dell’azione della Chiesa e andrebbe quindi maggiormente implementato senza reticenze e diffidenze.

 

“Ecclesia semper reformanda” mi verrebbe da dire, cosa può dirci circa la recente riforma processuale di Papa Francesco, il così detto “processus brevior”?

Come tutte le grandi novità presenta elementi che a mio parere andrebbero rivisti o quantomeno meglio “calibrati”. A distanza di cinque anni dalla sua entrata in vigore mi sembra che due siano gli aspetti più problematici: il ruolo del Vescovo e la percezione diffusa che la società ha avuto di questa riforma.

Per quanto riguarda il Vescovo ritengo che la difficoltà maggiore sia dovuta al fatto che sovente il Vescovo non ha la competenza “tecnica” per giudicare. Si affida quindi – giustamente – ad un istruttore, ma in questo caso viene a mancare il contatto diretto tra parte e giudice. Meglio sarebbe, quindi, permettere al vicario giudiziale di giudicare anche in questo tipo di processo.

Il problema della percezione o della comunicazione è invece più delicato e probabilmente neanche immaginato quando si è codificato il processus brevior. È passata l’idea, quantomeno nella vulgata, che si dovesse e potesse agire in modo così celere da diventare non più un processo, ma un mero atto burocratico, più ancora che amministrativo. Oggi almeno un paio di volte al mese vengo contattata da persone che chiedono lumi su questo giudizio e si lamentano quando scoprono che comunque è un vero processo, con deposizioni, dichiarazioni, documenti, giudici, difensori del vincolo ecc. Un processo che richiede anche due o tre mesi. Proprio la scorsa settimana una signora mi ha detto: «ma io pensavo di poter andare dal parroco, dire che il mio matrimonio era andato male e lui poi mi faceva risposare»!

D’altra parte, però, il processo più breve ha due meriti indubitabili. Per prima cosa ha recepito le istanze – anche degli avvocati – di una maggiore celerità laddove la nullità fosse di tutta evidenza e non ci fosse contrasto tra le parti e dall’altra ha fatto sì che finalmente il processo matrimoniale “uscisse” dalle anguste stanze dei tribunali ecclesiastici e venisse portato all’attenzione dei fedeli, dei media, degli stessi piani pastorali delle diocesi.

Mi piacerebbe quindi che il processus brevior divenisse realmente un ponte tra il processo di nullità matrimoniale e l’azione pastorale di “recupero” di quei fedeli che, a torto o a ragione, si sono sentiti allontanati.

 

Se avesse la possibilità di parlare con il Santo Padre, quali suggerimenti gli darebbe?

Non mi permetterei mai di dare suggerimenti, ma due richieste le farei: si fidi degli avvocati e apra le porte ai laici.

Noi avvocati laici siamo “la fanteria in trincea”, la prima colonna. Siamo quelli che a diverso titolo e in vario modo siamo nel mondo, a contatto con le “miserie” dei fedeli. Immersi contemporaneamente nei problemi della Chiesa e della società.

Siamo noi che per primi raccogliamo il grido di dolore di clienti, ma anche dei familiari, amici, conoscenti. Spesso operiamo a vario titolo nelle parrocchie, nelle associazioni … sul territorio. Abbiamo competenze trasversali, dovute anche – ma non solo – a studi poliedrici quali quelli del diritto civile, di mediazione, menagement, ecc.

Potremmo dare veramente tanto all’interno della Curia e più in generale all’interno della Chiesa.

 

Quale procedimento ricorda particolarmente e perché?

Dopo tanti anni ricordo centinaia di cause. Ognuna di esse aveva la sua storia e il suo carico di sofferenza: la donna costretta a sposare il suo stupratore, l’uomo accusato falsamente dalla ex moglie di violenza sulla figlia, la suora che si è suicidata perché nessuno le ha creduto, il parroco rimosso solo perché ha portato il chierichetto a mangiare un hamburger al McDonald’s, la vecchina truffata dall’avido vescovo … potrei continuare per ore, ma le racconterò invece un episodio meno tragico e sicuramente meno politically correct. Nel 2004 una diocesi americana soppresse un gran numero di parrocchie, riducendo contestualmente ad uso profano le chiese. Erano realtà ricche e vibranti, proprietarie di molti beni appetibili, che servivano per le numerose cause di risarcimento danni in cui la diocesi era coinvolta. Ricordo in studio una povera vedova che piangeva dicendo: «mia figlia è morta nell’attentato delle Torri Gemelle; nella chiesa di … l’ho salutata l’ultima volta; è sepolta nel cimitero vicino; ho donato con grande fatica i soldi per il restauro del campanile … ed ora quella chiesa è stata venduta e trasformata in una moschea e il campanile è stato trasformato in un minareto».

Ecco, mi piacerebbe che i giudici ecclesiastici, così come i vescovi, i dicasteri ecc.  ricordassero sempre che dietro le nostre cause, i fascicoli, le norme, gli interessi, il bene comune, le necessità  anche legittime della Chiesa … c’è sempre la vita e il dolore di tante persone.

Di questo dolore noi avvocati siamo e dobbiamo essere testimoni.

 

L’Avvocato Gullo e il Santo Padre

 

 

“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit”

(San Giovanni Paolo II)

 

 

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Giovanni Pingitore e Chiara Gaspari

Giovanni Pingitore e Chiara Gaspari

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