Condividiamo coi nostri lettori l’intervista alla vincitrice del Premio Vox Canonica 2026, che quest’anno si terrà il 18 giugno alle ore 11.30 nella sala del Carroccio del Campidoglio a Roma. La Prof.ssa Maria d’Arienzo, Ordinaria di Diritto Ecclesiastico, Diritto Canonico e Diritti Confessionali presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Federico II” di Napoli.
Ricordi personali, analisi delle sfide che la scienza canonistica sta attraversando, proposte per il futuro, bilanci e prospettive confluiscono fino a tratteggiare un panorama complesso, dal quale emerge l’immagine di un diritto canonico “vivo”, in grado di adeguarsi ai mutamenti sociali e, nello stesso tempo, di garantire stabilità istituzionale.
Coniugando esperienza didattica e passione per la ricerca, custodia della tradizione e slancio per l’avvenire, approfondimento delle radici e dialogo con le nuove generazioni, consapevolezza dei fondamenti e confronto con le altre esperienze giuridiche religiose e secolari, la Prof.ssa d’Arienzo offre una roadmap che può guidare quanti si avvicinano allo studio dell’ordinamento della Chiesa, che mostra costante vitalità e riesce ad attrarre interesse anche al di fuori della cerchia degli “addetti ai lavori”.
Chiarissima Professoressa, quali sono state le sensazioni nel momento in cui ha avuto comunicazione di questo riconoscimento?
Desidero anzitutto rinnovare il mio più sincero ringraziamento per l’assegnazione del Premio Vox Canonica, che ho accolto con gratitudine ed emozione. Ho ricevuto la comunicazione del Premio con grande sorpresa e gioia.
Questo riconoscimento per me non solo rappresenta un apprezzamento per il lavoro svolto in tutti questi anni, ma mi incoraggia a proseguire con rinnovato impegno nella ricerca e nello studio del diritto canonico.
Quali sono state le figure di riferimento nel suo percorso di formazione?
Il mio percorso di formazione è stato segnato dall’incontro con Maestri capaci non soltanto di trasmettere un metodo, ma di orientare uno sguardo sul diritto canonico come esperienza giuridica viva, complessa, non riducibile a mera tecnica normativa.
In questa prospettiva, decisiva è stata la lezione del mio Maestro, il Prof. Mario Tedeschi, che ha rappresentato per me molto più di un modello scientifico. Con il suo modo rigoroso e insieme profondamente libero di accostarsi all’ordinamento della Chiesa, Tedeschi ha saputo mostrare come la canonistica laica possa studiare il diritto canonico attraverso le categorie della teoria generale del diritto, ma allo stesso tempo con quella sensibilità giuridica peculiare che consente di coglierne la specificità ordinamentale alla luce della storicità e della costante tensione evolutiva. È una sensibilità che sento di avere ricevuto e che continua a orientare il mio lavoro.
Accanto a lui, desidero ricordare il Prof. Patrick Valdrini, dal quale ho appreso l’importanza di un metodo canonistico fondato sulla precisione delle categorie, sull’attenzione alla ratio degli istituti, analizzati non attraverso un metodo esegetico dei singoli canoni, ma nella visione complessiva di un ordine giuridico unitario.
Sono figure diverse, ma entrambe fondamentali: da esse ho appreso non soltanto una metodologia scientifica, ma anche una visione rigorosa della ricerca, intesa come responsabilità e disciplina.
Quale contributo può dare la canonistica laica allo sviluppo dell’ordinamento della Chiesa?
La canonistica laica può offrire un contributo rilevante anzitutto sul piano del metodo, consentendo di rileggere le categorie di teoria generale del diritto alla luce della specificità di un diritto religioso: si pensi al concetto di responsabilità, di riparazione del danno e a tutte le esigenze di garanzia che orbitano intorno agli istituti processuali.
Proprio lo studio dei diritti religiosi può contribuire alla verifica di tali categorie sotto una lente interpretativa diversa e più ampia. La forma codice, infatti, pur essendo la caratteristica che più di ogni altra distingue il diritto canonico dagli altri diritti religiosi non consente, in ragione della sua natura, un’interpretazione fondata su categorie giuridiche secolari.
Il contributo della canonistica laica consiste, pertanto, essenzialmente nel mostrare come lo studio di un diritto religioso possa concorrere a precisare, ampliare e verificare la tenuta delle categorie di teoria generale anche oltre il perimetro degli ordinamenti statuali.
Che importanza ha il diritto canonico nella formazione del giurista di oggi, che ha una formazione essenzialmente basata sull’ordinamento secolare?
La conoscenza dei diritti religiosi assume una notevole importanza per la formazione del giurista nelle società multireligiose contemporanee.
Il diritto canonico, in particolare, è un diritto in continua evoluzione, come dimostrano le recenti riforme, e offre numerose opportunità professionali soprattutto in quegli ambiti in cui interagisce con gli ordinamenti statuali, come nel caso della materia matrimoniale o delle disposizioni del Libro V del Codex Iuris Canonici in tema di beni temporali della Chiesa.
La conoscenza delle disposizioni di diritto canonico è necessaria per il consulente giuridico degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti che svolgono attività nei campi dell’istruzione, della sanità, del turismo religioso, della tutela e valorizzazione dei beni culturali. E tale esigenza si manifesta sempre più di frequente dopo la riforma del Terzo settore.
Anche per questa ragione, l’Associazione Nazionale dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso (ADEC), che ho l’onore e l’onere di presiedere, ha promosso l’attivazione per l’anno accademico 2026/2027 di un Master di II livello in Diritto canonico e professioni. Con l’istituzione di questo Master intendiamo sottolineare l’importanza delle competenze specialistiche canonistiche in considerazione della sempre più ramificata azione della Chiesa nell’economia e nella società.
In questi giorni ricordiamo la conclusione del pontificato di Papa Francesco e il primo anniversario dell’elezione di Leone XIV, un Pontefice che ha alle spalle un bagaglio culturale canonistico. Quali sono le Sue valutazioni su questo passaggio importante per la Chiesa cattolica?
Credo che l’avvicendamento tra i due Pontefici debba essere letto senza ricorrere a contrapposizioni schematiche. Non esiste, a mio avviso, un pontificato “pastorale”, come è stato spesso definito quello di Francesco, e un pontificato “giuridico”, come viene definito questo attuale di Leone XIV. Nella tradizione della Chiesa il diritto non è mai un elemento estrinseco rispetto alla pastorale, così come la pastorale non può essere pensata come una dimensione priva di forma giuridica. Il diritto canonico è uno strumento di comunione, di ordinato esercizio dell’autorità e di tutela del fedele.
Da questo punto di vista, il pontificato di Papa Francesco ha avuto il merito di imprimere una significativa accelerazione riformatrice, richiamando la Chiesa a quella logica di “uscita” che impone di guardare soprattutto agli ultimi e a quanti restano ai margini dell’esperienza ecclesiale. Ne è derivata una stagione nella quale la sostanza pastorale dell’agire ecclesiale ha spesso prevalso sulla compiuta elaborazione delle forme canoniche, quasi a indicare che la tecnica giuridica, pur necessaria, non possa mai oscurare la missione ultima della Chiesa.
Leone XIV, anche in ragione della sua formazione canonistica, pare già muoversi nella direzione di una maggiore precisazione dei processi riformatori ereditati, apportando correttivi e assestamenti che non esprimono una cesura rispetto alla stagione precedente, ma ne ricercano piuttosto un più ordinato inquadramento tecnico-giuridico.
La preparazione giuridica di Leone XIV potrà certamente favorire una più intensa consapevolezza del ruolo del diritto nella vita della Chiesa, che non va inteso come elemento che irrigidisce la pastorale, ma come fattore di arricchimento che le conferisce stabilità, discernimento e giustizia.
Per questo leggerei questo passaggio non come sostituzione di un paradigma con un altro, ma come possibile maturazione di un disegno complessivo: una Chiesa che evangelizza anche attraverso istituzioni più responsabili, procedure più chiare e un esercizio dell’autorità sempre più conforme alla propria natura di servizio.
“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit!”
(S. Giovanni Paolo II)
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