Il capitolo X dell’ammonizione e della correzione dei frati, sudditi di servi (pt. 2°)

La Sinossi delle due Regole

Continuiamo con la seconda ed ultima parte (QUI la prima) del nostro contributo circa il capitolo X dell’ammonizione e della correzione dei frati. Passeremo ora a mettere in sinossi le due Regole per comprendere meglio il messaggio che vuole veicolare, la storia redazionale e la sintesi operata dai vari attori in campo, non solo Francesco e i frati competenti ma anche il giurista Ugo di Segni, futuro papa Gregorio IX che proprio da successore di Pietro ci darà la notizia, nella Bolla Quo Elongati del 1230, di aver coadiuvato Francesco nella stesura della Regola.

Ciò che comunque risalta nel testo definitivo rispetto a quello del 1221, come ci fa notare Fernando Uribe, è una maggiore padronanza della lingua con proposizioni chiare, una presenza variegata di congiunzioni usate con maestria (sed, tamen, autem, nam, unde, quoque) e il modo di riferirsi ai destinatari in un latino dai toni prettamente giuridici: fratres omnes, universi fratres, fratres alii. In altri casi ci sono espressioni come “carissimi fratelli” (carissimos fratres meos) e “amatissimi fratelli” (dilectissimi fratres) che richiamano a una precisa retorica ecclesiastica, in contrasto con i toni più semplici e familiari utilizzati da Francesco: “fratelli miei” (fratres meos) o “miei fratelli benedetti” (beati fratres meos).

Insomma, seppur il testo appartiene al genere letterario teologico diventa allo stesso tempo giuridico. Che ci sia la mano del cardinale giurista? Interessante notare la concessione che viene fatta a Francesco di esprimersi in alcuni casi in prima persona a conferma del suo intervento diretto nella redazione.

Le Regole a confronto

Dallo schema delle due Regole che troviamo QUI e QUI possiamo notare come nel capitolo X siano disseminati temi apparsi qua e là nella Regola precedente. Come già accennato si cerca di fare sintesi, dare concretezza all’intuizione dell’Assisiate, alleggerire e dare una sistemazione giuridica per permettere alla Santa Sede di approvare la Regola e inquadrare definitivamente i seguaci di Francesco nell’Ordine dei frati Minori. È interessante notare come nel capitolo X troviamo due importanti eccezioni linguistiche: la prima è il ritorno alla formula: “Dice il Signore” (dicit Dominus) che nella RegNB introduceva i tanti testi evangelici, la seconda è la citazione di tre pericopi del Vangelo di Matteo che vanno a chiudere il capitolo. C

iò che a prima vista potrebbe apparire singolare rispetto al tentativo di rendere il testo più canonistico, eliminando in gran parte le citazioni evangeliche del 1221, trova il suo fondamento nel dare, come scrive lo storico Maranesi, “consistenza ‘giuridica’ a quanto in precedenza Francesco esortava a fare ai suoi frati, spingendoli a vivere la pazienza e l’umiltà nei confronti dei persecutori e ad amare i loro nemici”.

Il capitolo X

Adesso proveremo ad addentrarci nel cuore del capitolo X ponendo la nostra attenzione sulle relazioni tra i fratelli e sulla condotta di vita che dovranno assumere. Sicuramente la via della realizzazione dei frati minori sta nell’identificarsi con la figura del servo, colui che diventa povero e bisognoso per prendersi cura degli altri, colui che rinuncia al potere, alla rivalità per salvare il mondo dalla concorrenza spietata e dalla violenza. Il modello è il servo sofferente di YHWH (Is 52, 13-53, 12), il perdente, Cristo Signore che, prima di finire sulla croce, lava i piedi ai suoi discepoli (Gv 13, 1-15 RegNB VI, 3).

Così come Gesù si spoglia della sua divinità Francesco si spoglia della sua condizione agiata donandosi totalmente agli altri iniziando dai lebbrosi. Questa esperienza forte del condividere la vita dei disprezzati sarà il criterio organizzativo nell’impostare la vita tra i frati, i cui rapporti saranno misurati a partire dalla categoria evangelica del servo. Il frate minore diventerà tale quando farà della sua vita un dono di sé agli altri. Il ministro ha il compito di visitare i fratelli, c’è un invito al viaggio, una dinamica del servizio, tutt’altro che statica, che non si limita alla burocrazia ma ammonisce e corregge. C’è una sfumatura di rilievo sul tema della visita: fino a quel momento infatti è stato sempre l’inferiore a muoversi verso il superiore, non così nella Regola.

Francesco rovescia il modello ecclesiologico, nel gruppo dei frati minori la struttura non è più verticale ma circolare. Chi è deputato al servizio dell’autorità non può comandare qualcosa che sia contrario alla Regola (nel testo precedente, come abbiamo visto, veniva utilizzato “vita”) e all’anima. La Regola è la vita della fraternità, il punto di riferimento di tutti i frati. Invece l’“anima” è riferito alla coscienza del frate che dovrà rispondere in maniera responsabile delle proprie azioni, non obbedendo a chi gli chiede di delinquere o peccare (RegNB V,2). Francesco su questo è molto esplicito come ci ricorda l’Ammonizione 3, 7: “Nessun uomo sia obbligato per obbedienza a obbedire a qualcuno in ciò in cui si commette delitto o peccato”.

Un termine “tecnico”, sudditi

Dopodiché si passa a definire i frati sudditi, servizio e sottomissione sono le caratteristiche di Francesco d’Assisi che nel suo Testamento lasciava queste parole: “Eravamo illetterati e sottomessi a tutti”. La dimensione del servizio attraversa nella medesima maniera coloro che servono nell’autorità e coloro che servono nell’obbedienza. Il fulcro di questa circolarità è Cristo, un sovrano che regna servendo. In questo senso potremmo allargare la prospettiva a tutta la Chiesa in cui ogni ruolo è servizio e ogni battezzato è suddito di questo Re che lava i piedi e il suo vicario non è altro che il “Servo dei servi di Dio” (Servus servorum Dei), secondo la felice definizione di Gregorio I.

Binomio autorità-obbedienza

Tornando alla nostra Regola vediamo come ci si muova all’interno delle fraternità attraverso il binomio autorità/obbedienza. Da una parte troviamo i ministri chiamati a correggere, dall’altra i frati a rinnegare le “proprie volontà”. La modalità misericordiosa insita nella correzione la si comprende leggendo le parole della lettera che Francesco scrive a un ministro: “Non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso”, c’è però anche l’invito al ministro: “Chiedi tu a lui se vuole misericordia”. Bisogna essere misericordiosi in un atteggiamento di dialogo proprio perché la misericordia non è un monologo e si inserisce in una relazione in cui il perdono è un atto di verità.

D’altro canto i frati devono vivere appieno l’obbedienza scelta, devono capire che il peccato originale è legato appunto alla disobbedienza, non a caso in una delle sue Ammonizioni Francesco utilizza il passo della Genesi (2, 16) per spiegare il male che viene dalla propria volontà: “Mangia, quindi, dell’albero della scienza del bene, colui che si appropria della sua volontà e si inorgoglisce dei beni che il Signore dice e opera in lui”. Il peccato di Adamo è quindi l’aver usurpato il diritto di fare la propria volontà, da questo peccato hanno origine tutti gli altri peccati. In questo senso chi rinuncia alla propria volontà si inserisce nel solco tracciato da Francesco che professa l’altissima povertà sganciata dal potere, dal proprio ego, dal cosiddetto spirito della carne.

Una scienza a servizio di tutti

Strettamente collegato a questo insegnamento del Serafico padre è il capoverso 8 che riguarda il sapere, dietro l’appropriazione della “scienza” infatti si potrebbe celare la voglia di essere ammirati, di apparire grandi agli occhi degli altri e tramite l’eloquenza dominarli. L’espressione “illetterati”, che abbiamo visto nel Testamento, non deve essere preso alla lettera, Francesco e i suoi primi compagni erano tutt’altro che analfabeti, si riferisce invece al non appropriarsi della cultura e di viverla come un bene al servizio dei fratelli. A questo proposito ascoltiamo le parole del Poverello riportate nell’Ammonizione VII: “Sono uccisi dalla lettera coloro che desiderano sapere unicamente le sole parole, per essere ritenuti più sapienti in mezzo agli altri e poter acquistare grandi ricchezze e darle ai parenti e agli amici”.

Ciò che i frati devono desiderare è solo lo Spirito del Signore, inteso non tanto come lo Spirito Santo, quanto come l’avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: Colui che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2, 7). Avere quindi un atteggiamento kenotico, di svuotamento. Da sottolineare poi l’incipit del capoverso 7 in cui troviamo la prima persona e l’esortazione classica di Francesco: “Ammonisco ed esorto” (moneo et exhortor RegB II, 17; III, 10; IX, 3), termini che hanno quasi il medesimo significato, a nostro avviso un altro rafforzativo, come nel caso di “ministri e servi”, che sta a indicare la rilevanza di quello che segue. Ancor più significativo è invocare il “Signore Gesù Cristo”, quasi ad indicare che l’esortazione venga da lui. È come se ci dicesse che è Lui che guida l’Ordine.

In conclusione

In ultima analisi possiamo dedurre che i frati sono chiamati a vivere nel nascondimento, a non cercare la vanagloria, l’ammirazione, il successo e a essere lontani dalla superbia. Questi atteggiamenti liberano dalla concorrenza spietata e dalla violenza, allontanano dalla mormorazione. Hanno il potere di rendere il frate beato perché “non si inorgoglisce per il bene che il Signore dice e opera per mezzo di lui”. Solo così potrà acquistare “la Sua santa operazione” cioè quell’atteggiamento proprio del Signore che insegna ad amare, a perdonare i nemici, a sopportare le ingiustizie e le persecuzioni e che nella Regola Bollata diventa norma.

 

“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit!”

(S. Giovanni Paolo II)

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Immagine di Domenico Rosa

Domenico Rosa

Una risposta

  1. Esegesi lucidissima e serrata di un passo cruciale degli scritti di Francesco, che mette in luce la profondità teologico-speculativa dell’Assisiate, il quale – come anche qui si mostra – fu tutt’altro che un frate “ingenuo” o “ignorante”.

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