Il Consiglio evangelico dell’Obbedienza: can. 601 C.I.C.

obbedienza
Jacopo Zucchi, Obbedienza, olio su tela, 1572, Galleria degli Uffizi

Il Can. 601 C.I.C., nell’essenzialità del suo testo, esprime tutti gli aspetti dell’obbedienza evangelica qualificandola nei suoi aspetti fondamentali.

In primo luogo, essa va accolta «spiritu fidei et amoris in sequela Christi usque ad mortem obbedientis» [1] ed obbliga il consacrato «ad submissionem voluntatis» [2], tuttavia la sottomissione della volontà non è da intendersi tout court, senza limitazione alcuna; infatti il canone chiarisce le modalità, affermando che i Superiori ordinano legittimamente, come rappresentanti di Dio, «cum secundum proprias constitutiones præcipiunt» [3].

Dunque, gli elementi giuridici riguardanti il Consiglio evangelico dell’obbedienza sono tre: 1. accoglienza in spirito di fede e di amore ad imitazione del Cristo obbediente. 2. Sottomissione della volontà agli ordini legittimi dei Superiori. 3. L’obbedienza è legittima solo per gli ordini impartiti secondo le costituzioni.

Obbedienza e Autorità

Il Codice inquadra non solo il fondamento — evidentemente cristologico — dell’obbedienza, ma anche il suo significato ed il suo ambito di applicazione, quello entro i cui termini si può definire legittima.

Da quanto detto deriva una riflessione circa il rapporto tra obbedienza ed autorità, per meglio comprendere la prima nell’ottica della seconda e viceversa. Obbedienza e autorità, seppure necessariamente praticate in molti e diversi modi, hanno sempre una relazione peculiare con il Cristo, Servo obbediente. Egli è la realizzazione massima dell’autorità e dell’obbedienza, Egli stesso è nella sua persona autorità e obbedienza. È il motivo e il modello della perfetta obbedienza e dell’esercizio dell’autorità [4]: è autorità perché obbedisce al Padre, ascolta con la massima attenzione ciò che il Padre gli dice (ob- audire), è tutto Parola perché trasmette con assoluta fedeltà ciò che ha ascoltato (autorità). Autorità e obbedienza sono due aspetti complementari della stessa partecipazione all’offerta di Cristo, sono due modi di vivere lo stesso mistero.

Non solo, infatti, hanno tra loro una relazione intrinseca e complementare, ma sono in realtà due forme di obbedienza, in quanto solo chi ha vissuto nell’obbedienza può esercitare l’autorità nei dovuti modi [5].

Il “mistero” dell’obbedienza religiosa riflette a pieno il rapporto trinitario del Padre con il Figlio nello Spirito.

Infatti, se più palesemente possiamo riconoscere un’obbedienza piena del Figlio al Padre, forse meno palesemente potremo riconoscere anche una obbedienza del Padre al Figlio; in fondo quanto si predica del Figlio va applicato altresì al Padre, giusto il principio di uguaglianza delle Persone divine — di agostiniana memoria — per il quale l’insieme delle stesse non è più grande della Singola persona e viceversa, poiché accomunate dallo stesso grado di verità.

Il voto religioso dell’obbedienza 

Perciò, l’obbedienza del Padre al Figlio consta essenzialmente in un principio di libertà potremmo dire, osando, sopportato dal Padre stesso.

Ovvero, il Padre lascia libero il Figlio di spingersi oltre ogni limite, addirittura arrivando laddove il nome di Dio non può essere pronunciato: gli inferi. Trasportando quanto detto all’interno dell’obbedienza religiosa, possiamo ritenere corretto dire che anche il Superiore che esercita l’autorità deve essere obbediente al sodale sottoposto, rispettando la libertà propria di ogni persona e facendo in modo che quella stessa persona viva l’obbedienza nella piena libertà.

Solo così il voto dell’obbedienza non sarà un giogo oppressivo, ma un pondus — un peso — che facendo leva sul cuore, porta l’essere del soggetto nel luogo del suo dover essere, Dio.

Un’obbedienza a Dio

Di fatto, dunque, l’obbedienza legittima al Superiore competente, così come espressa dal can. 601 C.I.C., è un’obbedienza a Dio attraverso mediazioni umane, le quali comunicano esteriormente la volontà di Dio e vanno riconosciute nelle vicende della vita e nelle esigenze proprie della vocazione specifica.

Primariamente, la mediazione tra la volontà di Dio che si realizza nel progetto salvifico espresso in un Carisma specifico e la persona, avviene nelle Costituzioni; queste, infatti, esprimendo in termini giuridici un contenuto eminentemente spirituale, donato al mondo dallo Spirito per un fine specifico, racchiudono la volontà di Dio per l’Istituto e i membri in esso consacrati.

Per questo, l’obbedienza si legittima negli ordini dati secondo il Diritto proprio — fatto sempre salvo l’universale imprescindibile nell’alveo del quale il proprio si deve muovere ed orientare —, solo in questi termini l’autorità è investita del compito di guidare e decidere in nomine Domini.

Rapporto tra autorità e obbedienza

Un’ulteriore menzione va fatta circa il rapporto autorità-obbedienza collocato nel contesto più ampio del mistero della Chiesa, il quale (rapporto) costituisce una particolare attuazione della sua funzione mediatrice.

A riguardo il Codice di Diritto Canonico raccomanda ai Superiori di esercitare «in spiritu servitii suam potestatem a Deo per ministerio Ecclesiæ receptam exerceant» [6]; a sottolineare che l’autorità anche nella vita religiosa è un’autorità vicaria o delegata dell’autorità ecclesiastica, viene da Dio per mezzo della Chiesa, che approva le Costituzioni, le quali legittimano tanto l’autorità quanto l’obbedienza che hanno la medesima origine.

Premesso quanto fin ora detto, ci sembra di poter affermare che obbedienza ed autorità sono due aspetti della medesima consacrazione, finalizzate a fare la volontà di Dio.

L’obbedienza, nella vita consacrata, e dunque anche l’autorità, investe più dimensioni della persona e della vita comunitaria. In primo luogo, la dimensione spirituale; il consacrato, infatti, ha dedicato la propria vita al servizio di Dio per mezzo del carisma specifico dell’Istituto di appartenenza, nell’apostolato attivo o contemplativo.

A tal proposito il primo obbligo (legittimo) di obbedienza riguarda proprio la vita spirituale, così come il primo obbligo dell’autorità nella vita consacrata riguarda la guida, il discernimento e le decisioni concernenti la vita spirituale e l’apostolato [7]: pertanto, nella vita consacrata l’obbedienza e l’autorità riguardano primariamente l’ambito pastorale, in quanto per sua natura la stessa vita religiosa è tutta in funzione della costruzione della vita fraterna in comunità e della realizzazione della missione propria, secondo l’identità ecclesiale specifica dello status di consacrati.

Una obbedienza unitaria

Segue la dimensione dell’unità. L’obbedienza nella dimensione dell’unità riesce a generare il clima favorevole per la condivisione e la corresponsabilità, che suscita l’apporto di tutti alle cose di tutti, che incoraggia ad assumersi le responsabilità.

In quest’ottica si inserisce il delicato compito dell’autorità che deve mantenere l’equilibrio necessario alla comunità fraterna in Cristo [8]. Ovviamente in questa dimensione l’obbedienza precede l’autorità, infatti chi esercita quest’ultima deve anzitutto farsi obbediente affinché nel comandare legittimamente dimostri che l’obbedienza non è una restrizione della propria volontà o la negazione della libertà personale, ma al contrario la massima sua espressione [9].

Alla dimensione dell’unità fa seguito quella della missione, nella quale l’obbedienza si fa fedeltà al Carisma. È un ambito delicato, in cui il rapporto tra obbedienza e autorità, se mal gestito, può ingenerare una doppia possibilità di errore: orientamento prevalente verso la sola gestione delle opere, con un conseguente dannoso disinteresse per la persona oppure una eccessiva attenzione alla suscettibilità personale con conseguente disinteresse per la missione comune.

La comune responsabilità di autorità ed obbedienza deve portare a sentire l’obbligo comune (e primario) di tutti verso il fine specifico dettato dal Carisma, per questo l’obbedienza nella dimensione della missione diventa fedeltà al carisma: solo se si ascolta attentamente (ob-audire) la volontà di Dio si potrà essere servi obbedienti sul modello di Cristo ed evitare l’una o l’altra deriva [10].

La sequela Christi come punto d’arrivo e di partenza

A questo punto, ci si potrebbe chiedere il senso del voto di obbedienza nella vita consacrata e la risposta ha ancora una volta le radici nella sequela Christi e nel fine ultimo della vita consacrata stessa. Quest’ultima è perfetta sequela ed imitazione del Cristo che compie in tutto e per tutto la volontà del Padre per il compimento del suo progetto di salvezza.

Allo stesso modo il Religioso si fa obbediente per compiere la volontà di Dio nella specificità della missione del proprio Istituto; l’obbedienza è necessaria per arginare le derive dell’io, per evitare che si possa distorcere la volontà di Dio a seconda delle proprie personali aspirazioni.

È necessaria perché la libertà non muti in arbitrio [11], l’autonomia personale in indipendenza dal Creatore e dalla relazione con gli altri.

La stessa Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ribadisce la necessità di un atteggiamento rinunciatario nella consapevole indipendenza di sé [12], in argine ad un io che tende a credersi padrone di sé e della propria storia.

In conclusione

Sulla base di quanto fin ora detto relativamente al Consiglio evangelico dell’obbedienza e della sua inevitabile connessione con l’autorità, dalla lettura del can. 601 C.I.C., si possono trarre le seguenti conclusioni: l’obbedienza del religioso deve essere adulta, matura e sorretta dalla fede; non individualistica, egocentrica, infantile, passiva o secolarizzata, tendente a raggirare quanto deciso dall’autorità o a obbedire solo quando fa comodo al proprio tornaconto.

L’obbedienza religiosa deve essere sempre ragionevole e dunque deve escludere l’assurdo, così come il peccato, ma, al contempo, non può essere semplicemente razionale perché se così fosse escluderebbe il ruolo determinante della fede.

Deve avere come riferimento Cristo, servo obbediente, uomo pienamente libero nel compiere la volontà del Padre [13].

Note

[1] Can. 601 C.I.C.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] M. SEVERINO – A. RODRIGUEZ, L’autorità nella vita consacrata, Bologna 2009, pag. 23.

[5] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istruzione: Il servizio dell’autorità e dell’obbedienza, Città del Vaticano, nn.2-3, pagg. 3-4.

[6] Can. 618 C.I.C.

[7] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Il servizio, n. 13.

[8] Can. 602 C.I.C.

[9] M. SEVERINO – A. RODRIGUEZ, L’autorità, pagg. 25-28.

[10] PAULUS PP. VI, Perfectæ Caritatis, n. 46.

[11] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Il servizio, n. 2.

[12] Ivi, n. 25.

[13] CONCILIUM OECUMENICUM VATICANUM II, Lumen gentium, nn. 42-43.

 

“Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit!”

(S. Giovanni Paolo II)

 

 

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Cristian Lanni

Cristian Lanni

Nato nel 1994 a Cassino, Terra S. Benedicti, consegue, nel 2013 la maturità classica. Iscrittosi nello stesso anno alla Pontificia Università Lateranense consegue la Licenza in Utroque Iure nel 2018 sostenendo gli esami De Universo Iure Romano e De Universo Iure Canonico. Nel 2020 presso la medesima università pontificia consegue il Dottorato in Utroque Iure (summa cum laude) con tesi dal titolo "Procedimenti amministrativi disciplinari e ius defensionis", con diritto di pubblicazione. Dal luglio 2019 è iscritto con nomina arcivescovile all'Albo dei Difensori del Vincolo presso la Regione Ecclesiastica Abruzzese e Molisana, operante nel Tribunale dell'Arcidiocesi di Chieti, dal settembre dello stesso anno è docente presso l'Arcidiocesi di Milano. Dal giugno 2020 è iscritto con nomina arcivescovile all'Albo degli Avvocati canonisti della Regione Ecclesiastica Lombarda. Dal 2019 è consulente e legale presso una Congregazione religiosa.

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